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Fondazione Toscanini

La battuta di Karl Kraus riassume alla perfezione la figura del compositore. Nel pieno di un secolo attraversato da rivoluzioni, colpi di stato, spericolate speculazioni finanziarie, guerre, e che ha perduto il piacere di ridere, lui capisce che la satira, il grottesco, l’inverosimile possono essere un modo eloquente e convincente per rappresentare il proprio tempo. I suoi titoli non sono “evasioni” dalla realtà, ma un modo paradossale e dunque del tutto realistico di rappresentarla. Con “Orfeo all’inferno” Offenbach arriva a graffiare il mito fondante dell’opera in musica. La scelta predominante dell’operetta, che unisce e confonde dialoghi parlati, musica e canto, si rivela la più appropriata per la sua peculiare drammaturgia, attraversata da una scrittura brillante, quasi post-rossiniana, e da un infallibile gusto per la vocalità. Da Offenbach dobbiamo apprendere una seconda lezione: è stato un accorto impresario, capace di divertire, criticare, far quadrare i conti, senza cadere nel banale quotidiano triste. Quello che oggi ci affligge.

In merito al lavoro realizzato per Coscoletto mi sento di decretare le esequie della filologia, oggi tanto cara ad alcuni accademici poco plastici. La versione ritmica italiana non è stata condotta sull’originale versione francese – ritenuta introvabile –  ma su uno spartito canto e piano approntato per un’edizione in lingua tedesca del 1989. L’impresa è stata ardua e vorrei tanto poter dialogare con Fedele D’Amico che sosteneva l’opportunità di tradurre sempre le opere nella lingua del paese dove vengono rappresentate. Però, ai suoi tempi, non c’erano i sottotitoli. Ardua e divertente, nel segno della infedeltà necessaria. Mario Desiati ha tradotto in prosa un tradimento (impossibile pensare che il riduttore tedesco non abbia a sua volta tradito), noi abbiamo tradito il traditore e il traduttore. Non siamo intervenuti sui dialoghi parlati e nemmeno abbiamo toccato Makaroni, Lazzaron e Vulkan parole chiave dell’improbabile, ma vivacissimo, libretto di Nuitter e Tréfen: un quadrisillabo come in italiano e per potare una sillaba a Lazzarone e Vulcano basta troncare l’ultima, facendo cadere l’accento sul battere. Ma come te la cavi con i monosillabi Nacht e Tag? Tradire può essere esperienza formativa e per viverla bisogna essere almeno in due; ho avuto un complice magnifico: Antonello Maio, musicista di prontissima lettura, pianista accompagnatore (prediletto anche da Mariella Devia), abituato a lavorare con i cantanti, a valutare subito ogni parola dal loro punto di vista, per “come se la sentono in bocca”. Finita una frase, una scena, la cantavamo, interpretando tutte le parti, in tutti i registri, arie, duetti, terzetti e concertati: potete immaginare l’orrore. 

Però è stato utile. Per completare il tradimento è stato necessario tenere a portata di mano un dizionario dei sinonimi, indispensabile per ricordarti quanto è ricco il lessico italiano. Qua e là, abbiamo sparso qualche spruzzata di lingua napoletana. Con un omaggio alle mie origini: dovrò trovare il coraggio di far sapere a Offenbach che questo Coscoletto 2019 si avventura in un couplé dello Spritz.

Entrando più nel merito nel gioco:  Coscoletto è un Lazzarone. Fosse costretto a scegliere tra un piatto di maccheroni e una donna, non avrebbe dubbi. Come Arlecchino, come Pulcinella, ha sempre fame.  È astuto, intraprendente, declina a proprio modo la massima aristocratica e medicea del “Del doman non v’è certezza”, soprattutto all’ombra del Vesuvio, che da un momento all’altro può eruttare e seppellire tutto e tutti. Spregiudicato, piace alle donne, fa serenate per conto terzi, non disdegna le signore sposate, ha la battuta pronta. Nei due atti dell’operetta si parla anche di veleno: niente paura, è il tossico dell’amore, che non uccide.

Offenbach vede Napoli, in fondo, come l’hanno immaginata Mozart e Da Ponte in Così fan tutte: il luogo dove l’impossibile diventa possibile, anzi desiderabile. E quando scrive una Tarantella, Offenbach sa che, al suo tempo, quella è la musica più a sud del mondo. Non c’era nulla di musicalmente conosciuto a sud di una Tarantella, la danza che testimonia della sopravvivenza, nell’Ottocento positivista, dello spirito dionisiaco”.

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