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Fondazione Toscanini

COSCOLETTO

Al ritmo di Tarantella, nel cuore di Napoli,  musica variopinta di Offenbach per Coscoletto

di Sesto Quatrini

I teatri che Jacque Offenbach conosceva e per i quali scrisse le operette sono quelli da dove ho mosso i primi passi come direttore d’orchestra. Mi riferisco a luoghi caratteristici come le Théâtre des Bouffes du Nord che conservano intatto il loro fascino e che ancora oggi si caratterizzano per la speciale atmosfera legata a musica tardo ottocentesca così pregnante e carica di sentimento. È una musica che ha il potere di conquistarci se non impressionarci, poiché ci sollecita i sentimenti più disparati, dal riso, al pianto, alla malinconia. Anche per questo motivo sono felice di cimentarmi con Coscoletto, per la quale metto a disposizione quanto ho appreso durante gli anni di formazione in Francia quando ho imparato non solo a leggere quelle partiture dal punto di vista semantico, ma ho cercato di affinare quella sensibilità essenziale per cogliere le mille sfumature di cui la musica francese è impregnata. Basti pensare ad alcuni compositori che sono stati abilissimi orchestratori (anzi li considero i più bravi di tutti!) e tra questi sicuramente Offenbach, che è stato per altro un sopraffino violoncellista. Così levigata, cristallina, impeccabile è la musica di Coscoletto compatta e nel contempo variegata quanto a idee, stili, soluzioni. L’operetta con i suoi 75 minuti compresi i dialoghi e le danze all’insegna del divertimento, scorre veloce, tenendo desta l’attenzione dell’ascoltatore che spesso sorprende. 

Suo nodo centrale si presenta l’ambientazione che condiziona tutto: non Parigi, ma una Napoli caricaturale che un napoletano purosangue di certo non immortalerebbe proprio in quella maniera. Infatti…l’ha pensata un compositore tedesco di origine ebrea, naturalizzato francese! E che cosa si coglie ascoltando la musica? Senza dubbio, il carattere di danza! Di Offenbach conosciamo le irresistibili polke, ma soprattutto è universalmente noto per il can-can: simbolo del divertimento grasso, sfrenato, come esige l’operetta francese, irrorata di champagne! 

Parbleu! Anche in Coscoletto si danza, ma…una tarantella! C’est facile! Anzi, più tarantelle, ben tre, nello stile della sagra di paese. Ecco uno degli altri elementi caricaturali abbinati alla città partenopea ed un altro è riferito ai caratteri dei protagonisti a partire dal ruolo del titolo che ha anche un sottotitolo alquanto esplicativo: “Lazzarone” ovvero un nulla facente, una sorta di sbarazzino Pulcinella (vocalmente un soprano en travesti). È giusto appellarci alla commedia dell’arte per collocare i sei personaggi (da notare il numero tipico per questo genere di spettacolo) Vere e proprie maschere i cui nomi sono un programma: Frangipane, il pastaio, è Pantalone, quindi la giovane Delfina rappresenta Colombina; completano: Arsenico… il farmacista-; Mariana (moglie del pastaio) Policarpo, il cordaio che commemora il suo cane morto (avvelenato proprio da Arsenico) con un’inappuntabile elegia ma… canta abbaiando! Dalla commedia dell’arte alla commedia dell’assurdo, con situazioni estreme come l’eruzione del Vesuvio commentata da una musica che fa la parodia del genere sacro (un vero e proprio corale luterano) e, in aggiunta, un improbabile rullo delle percussioni chiamate a dispensare pathos, mimano l’eruzione stessa.

 Lo scontro tra le situazioni e la musica, solletica le risate per non parlare del coup de theatre che chiude l’operetta, quando tutti sono rassegnati a morire avvelenati. Ma a lasciarci le penne (questa volta nel vero senso della parola)  sono delle povere le galline. Allontanata la fine ingloriosa, esplode la festa con tanto di elogio ai maccaroni (altra caricatura), e inevitabile abbuffata finale! 

L’operetta non essendo mai stata eseguita, non porta con sé una tradizione e dei riferimenti con cui potermi confrontare, per cui ho ritenuto opportuno avere un approccio libero, elastico. In questo senso, ho cercato di valorizzare al massimo l’orchestrazione così variopinta, dove tutto è in funzione espressiva secondo i principi già dettati un secolo indietro dal teatro di Gluck (anch’egli tedesco nazionalizzato francese). La partitura è un’autentica fucina che attinge dalla tradizione: da Mozart (Flauto magico) a Rossini, quindi Weber ma è presente anche il contemporaneo Wagner. Già ascoltando i primi pezzi, questa musica ci suscita una domanda: fino a dove Offenbach vuole spingersi? Vuole davvero arrivare a tanto? Non può essere diversamente pensando al tipo di formazione ricevuta, così eterogenea e multiforme. Il compositore in quanto ebreo conosceva  la musica della sinagoga; si sono poi aggiunti il contrappunto tedesco, le nuances francesi e naturalmente la musica italiana che Coscoletto sembra decisamente omaggiare. Poiché con il pretesto di una Napoli da cartolina, i suoi due micro atti brillantissimi che scorrono come un lampo all’insegna del godimento e della comicità, ci servono una musica carica di un’infinità di melodie riconducibili anche al nostro melodramma. 

Coscoletto va suonata diretta e… ascoltata come se dovessimo degustare un prelibato champagne, (eccezionalmente accompagnato, date le circostanze, da un fumante piatto di maccaroni) non senza essere rimasti incantati, ancor prima di sorseggiarlo, a contemplare quei miliardi di bollicine che continuano a scorrere nei nostri calici! Santé!