Invito al concerto di Alpesh Chauhan e Olli Mustonen

Dedicato a chi ha l’animo in tempesta e a chi sente il richiamo della propria terra, intesa sia in senso letterale che come patria.
Si scopre tra gli autori, a questo proposito, che alcuni, finiscono per rappresentare un’intera nazione e nello stesso tempo la loro opera travalica i confini, come Jean Sibelius o Zoltán Kodály che scrive le Galántai tàncok nel 1933 per gli ottant’anni della Società Filarmonica di Budapest. Galánta si trova oggi in Slovacchia, ma all’epoca era una piccola località dell’Impero Austro-Ungarico, con una popolazione in maggioranza ungherese e una forte presenza di gitani. La scrittura delle danze procede per contrasto a volte in maniera indeterminata per poi scivolare nella turbinosa verbunkos (caratteristica danza degli Ussari, diffusa in Ungheria nella seconda metà del XVIII secolo) e rallentare di colpo.
Sibelius è riuscito a trasformare la natura finlandese in musica: molte delle sue opere si chiamano Betulla, Abete e Gocce d’acqua; e così gli elementi della sua musica, sembrano prendere forma dai laghi e dalle foreste, dalle increspature sull’acqua o dalla brezza che sfiora i rami dei pini. L’incipit in sincope, poi la tonalità di re minore, sono inconfondibilmente quelli del dramma: come il Don Giovanni o il Requiem. Il Concerto K.466 mostra fin dal primo tema un tratto intimo e doloroso, da Sturm und Drang: per questo era il prediletto dei Romantici e Beethoven, che lo ha suonato più volte, ha scritto le cadenze per il primo e il terzo movimento. La leggenda vuole sia nato di getto a poche ore dall’ esecuzione dell’ 11 febbraio 1785 per il quale era stato programmato e che avrebbe visto Mozart approntarne in fretta e furia le parti prima di sedersi lui stesso alla tastiera.

Editoriale/
02/08/2016