• La Forza del Destino

Italo Nunziata racconta La Forza del Destino

Dramma «potente, singolare e vastissimo», come lo definì lo stesso Giuseppe Verdi, “La forza del destino” è al debutto nel nuovo allestimento coprodotto da Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena e Fondazione I Teatri di Reggio Emilia.

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Italo Nunziata racconta La Forza del Destino
Photography/
Gianni Cravedi
Editoriale/
18/01/2019

Titolo cruciale nella produzione del Verdi maturo è affidato alla bacchetta di Francesco Ivan Ciampa, alla guida dell’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati.
La regia è firmata dalla mano esperta di Italo Nunziata, con le scene di Emanuele Sinisi e i dipinti di Hannu Palosuo, i costumi di Simona Morresi, le luci di Fiammetta Baldiserri, i movimenti coreografici e l’assistenza alla regia di Riccardo Buscarini.

La parola al regista: Italo Nunziata

“Non ci è data di scegliere la cornice del nostro destino,
ma ciò che vi mettiamo dentro è nostro”
Dag Hammarskjöld

Qual è il punto di vista principale per me dal quale guardare e capire quest’opera di Verdi, così drammaturgicamente complessa e diversa da altre opere dello stesso autore, e nell’idearne una sua messa in scena? Questa è la prima domanda che mi sono posto nel pensare ad una
“regia” de La forza del destino e la mia risposta è stata quella di guardare a quest’opera come a un vero e proprio “poema epico”, perché proprio questo è il genere in cui l’uomo si confronta con il destino. A differenza dei grandi eroi epici, in quest’opera troviamo l’epica
dell’uomo “ordinario” perché eroica è ogni vita nel dibattersi nelle avversità che incontra nella sua esistenza. Una struttura drammatica di avvenimenti che trova il suo punto di forza nell’immagine di un Destino inesorabile ed infallibile che sembra guidare ineluttabilmente le
azioni dei personaggi e di condizionarli quasi totalmente. L’inseguirsi di Leonora, Don Alvaro e Don Carlo, mossi e dominati da sentimenti di amore, da spirito di vendetta e da sentimento di espiazione, si incontra e si scontra con differenti realtà, situazioni e personaggi, dando vita
ad una complessità di azione dal tono romanzesco. Nello svolgersi della vicenda, la presenza di forti figure come la zingara Preziosilla ed il Padre Guardiano, di personaggi grotteschi come Trabuco e Militone, di diverse ambientazioni monastiche, militari e popolaresche aprono un
diaframma ottico a tutto tondo sull’umanità e sulla sua continua lotta nell’esistere contro il Destino o con l’accettazione di questo, conferendo grande complessità all’azione. I loro atteggiamenti spesso violenti, i loro tentativi di rivolta o al contrario di accettazione della realtà sono quello che il singolo individuo mette dentro alla “cornice” che il Destino ha scelto per loro. Particolarmente importante è la presenza del coro che in quest’opera assume quasi una dimensione cosmica e unitaria, con i suoi slanci emotivi, i suoi momenti di raccolta religiosità, il suo credere nella possibilità di cambiamenti nella propria esistenza, ma anche nella accettazione di quella disillusione provocata da un diverso ed avverso destino.
Su tutto aleggia un grande anelito alla spiritualità, un sentito sentimento religioso che sembra essere stato accolto a pieno nella drammaturgia verdiana, cessando di apparire, al contrario di opere precedenti, quasi come semplice esempio pittoresco.

Insieme allo scenografo ed alla costumista, postdatando l’ambientazione originaria della trama alla seconda parte dell’800, abbiamo pensato ad un allestimento che ci permettesse di trasmettere immediatamente al pubblico il senso di smarrimento e di straniamento provato
dai protagonisti nella loro continua lotta con il Destino. Un impianto scenografico che potesse mettere in evidenza con chiarezza le complicate vicende dei protagonisti, ma che al tempo stesso, senza soluzione di continuità tra le diverse scene, permettesse di mutare ed allungare lo
spazio dell’azione da dei “primi piani” più raccolti per le scene più intime a dei “campi lunghi” per le scene di massa. Ambienti con pochi ma forti segni indicativi del luogo dell’azione, scevri da qualsiasi volontà rappresentativa puramente oleografica. Luoghi che vivano dello stesso
sentimento di precarietà e sperdimento, di “scollamento” dalla realtà vissuto dai personaggi nell’essere spinti dal destino e dalle proprie azioni ad un continuo pellegrinare in posti differenti. Pur mantenendo una riconoscibilità ed un taglio storico, anche per i costumi linee, forme e colori mettono in evidenza le diverse personalità dei protagonisti e le loro differenti mutazioni di contesto d’azione. Una voluta ed oculata scelta di gamma cromatica, in simbiosi con i colori dello spazio scenico, sottolinea la dimensione del coro visto quasi come un unico
personaggio e ne rafforza l’unità di presenza in scena.

Si ringrazia per le note di regia la Fondazione Teatri Piacenza.

Fotografie di Gianni Cravedi