Due battute con … Viktoria Borissova e l’ensemble della Filarmonica

Un autore e un brano scelti perché rappresentano parte di un vissuto personale. Così è Jean Francaix per Viktoria Borissova, spalla dei secondi violini della Filarmonica e protagonista insieme a Carmen Condur, (viola), Vincenzo Fossanova (violoncello), Claudio Saguatti (contrabbasso) Miriam Caldarini (clarinetto) e Massimo Parcianello  (corno inglese) nell’Aperitivo “Giochi Neoclassici” in programma domenica 24 gennaio.

Rispondono alle nostre domande Viktoria Borissova, Massimo Parcianello e Miriam Caldarini. 

 

“Giochi neoclassici”, un titolo curioso per un concerto… come è nata questa idea, Viktoria?

Viktoria Borissova: “Da anni avevo un conto in sospeso con quest’autore  perché appena diplomata, a 18 anni, un amico decise di coinvolgermi in un gruppo cameristico ambizioso che univa fiati e archi, le due famiglie rivali dell’orchestra, con la finalità di eseguire oltre a Schubert e Beethoven, anche brani di Jean Francaix. Tra questi il Quartetto con il corno inglese che all’epoca ci era sembrato difficile, complesso ma bellissimo. Adesso dopo molto tempo, dato che Miriam mi aveva proposto di suonare il Quintetto di Prokof’ev che coinvolge le due famiglie di strumenti, mi sono ricordata del Quartetto di Francaix al quale abbiamo aggiunto un altro indubbio capolavoro qual è il Trio d’archi, il tutto racchiuso nel titolo ‘Giochi neoclassici’, dove l’aggettivo fa riferimento ad uno stile ben preciso di scrittura in voga nella prima metà del 900 in Francia.”

Jean Françaix, è stato un compositore e pianista francese, appartenente al neoclassicismo. Raccontaci qualcosa sulla sua poetica.

Viktoria Borissova: “Per Francaix la parola neoclassico è una preziosa lente con la quale in un secolo ‘spietato’ come il ‘900, si cerca di ritornare a contemplare la bellezza perduta, attraverso il riutilizzo delle stesse forme utilizzate due secoli prima con lo scopo di creare una barriera di fronte alle ‘brutture’ che invece la scuola tedesca non esita invece a rivelare. Ma non si guarda al passato in modo sterile, piuttosto succede, come bene diceva Poulenc “che si crea nuova musica con accordi già usati da altri”. Per lui, come anche per Francaix, nascono sfide stimolanti, giochi divertenti che si permeano permeano anche di un fresco umorismo. Così le antiche forme, sovente riportano i ritmi dei balli moderni ‘di strada’ (fox-trot, tanghi), o di quella che oggi definiamo musica leggera, o frasi jazzistiche che guardano al ragtime. Ammettiamo tuttavia che, a questa profonda pulizia formale legata ad un ascolto decisamente piacevole, corrisponde una oggettiva complessità interpretativa per i problemi tecnici e strumentali che si devono risolvere.”

Massimo, in questo programma i protagonisti saranno gli archi e due strumenti a fiato (l’oboe e il clarinetto). Ci puoi parlare del connubio di questa formazione, in particolare per questo concerto?

Massimo Parcianello:  “Nonostante sia un pianista, Francaix conosce bene i segreti degli strumenti ai quali chiede e pretende. E la musica è coerente a tal punto che tra il Trio e il Quartetto, nonostante i 40 anni che li dividono, si riconosce uno stile preciso che palesa in ogni momento il marchio del loro autore. La musica trasparente ed avvolgente di Francaix, era dunque molto amata dal pubblico di allora: infatti, dalle cronache dell’epoca abbiamo appreso che la società elegante delle prime teatrali, si riconobbe talmente in questa totale assenza di trame inquietanti a volte torbide (che sia un segno post-moderno?) da decretare a composizioni come queste un assoluto ed incondizionato successo.”

Miriam, cosa ci puoi raccontare, invece, del Quintetto op. 39 di Prokofiev? 

Miriam Caldarini:  “Il brano poco eseguito, si presenta estremamente seducente. Sono sicura che appena un musicista lo ascolta, non vede l’ora di poterlo suonare! Anche le sue stesse origini sono affascinanti, poiché si chiama in causa una compagnia teatrale itinerante russa la quale commissionò al giovane Prokof’ev (da poco diventato padre) la musica per un breve balletto sulla vita circense dal titolo “Trapèze” chiedendo espressamente che l’organico fosse di soli cinque musicisti non potendo permettersi un’orchestra più grande. Lo spettacolo non ebbe fortuna dato che la complessità della scrittura musicale -in quanto quanto lo stile si basava sulla poliritmia ispirata da una tendenza in voga a Parigi- creò non pochi problemi di ordine tecnico da risolvere sia per i musicisti, sia per i ballerini. Terminata la breve tournée, dello spettacolo non sopravvisse nulla, tranne le funamboliche musiche di scena che Prokofiev volle conservare pubblicando il quintetto che sentirete.”

Editoriale/
20/01/2016